UN PRETE SI CONFESSA

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05/02/2013 10:18:38
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UN PRETE SI CONFESSA

Ho trovato questo articolo sulla rivista “Vita Pastorale” del mese di febbraio 2013. Desidero condividerlo con tutti voi. Grazie.


                                                                                                                                                                                                         don Roberto
Un prete si confessa di Antonio Mazzi
Appena compiuto i sette anni, ai miei tempi ci si preparava per la prima comunione: un’ora ogni pomeriggio. Don Serafino era il curato (si chiamava, così, nel Veneto, il viceparroco) che ci preparava. Bravo, buono, ma rigido e poco incline a capire ragazzi come me, vivaci e discoli (altro vocabolo di allora e che oggi traduciamo con “borderline”). Mi sopportava fino a un certo punto, cioè per mezzora. Aveva, a fianco, una specie di bacchetta, la quale aveva due precisi compiti: segnare sulla lavagna e sui tabelloni le cose scritte e, secondo compito non meno impegnativo, bacchettare gli inquieti. Io ero tra quelli.
“Tonino, se non stai fermo arriva la bacchetta”. “Tonino non fare domande stupide. Toninoo, Toninooo”. E poi, arrivava la bacchetta. Perché non solo ero inquieto, ma ero anche molto curioso.
Tra le curiosità di quel periodo di preparazione alla Prima Comunione, c’erano due parole: anima e coscienza. Don Serafino le citava spesso, convinto che sapessimo che roba fosse l’anima e, ancor di più. Cosa fosse la coscienza. Non sapendolo e sapendo come sono fatti io, continuavo ad alzare la mano. Volevo spiegazioni ma per il curato volevo solo far casino (parola moderna. A quei tempi nemmeno sapevamo cosa fosse).
“Don Serafino, è tre volte che citi l’anima. Io non me la sento l’anima. Sento mal di pancia, la fame, il mal di testa (tutti i compagni ridevano) ma l’anima non me la sento. Ho provato anche ieri sera. Ho spento la luce, mi sono ficcato sotto le coperte ma non ho sentito niente. Tu dici che in chiesa si scopre l’anima. Io in chiesa ci vada poco volentieri perché bisogna stare composti, non guardare in giro. Io credo che la mia anima se c’è, è muta”. Don Serafino la prima volta rispondeva, la seconda gridava e la terza partiva la bacchetta.
Mia mamma, meno complicata e conoscendomi meglio, invece di parlare di anima e di coscienza, mi parlava di bugie, di piccoli furti e di pensieri cattivi. Ricordo che lei faceva anche esempi semplici: “E’ vero che non ti senti la coscienza e l’anima, ma perché quando dici le bugie diventi rosso?”
“Mamma non è vero! Tu sai che io le bugie le dico con una tale disinvoltura e assiduità, che divento rosso quando non le dico. Mi disunisco, mi pare di essere un altro”. Allora la mamma andava su tutte le furie. “Vergognoso! Alla tua età ti sei già rovinato la coscienza. Hai venduto l’anima al diavolo! Gesù non verrà mai dentro di te, nel tuo cuore, nella tua anima”. Era vero. Io avevo dei conti in sospeso  con Gesù, che non avevano niente a che fare con l’anima, ma con la morte di mio padre.
Avevo pochi anni e l’ho perso per una banale broncopolmonite. La mia mamma, vedova e senza pensione di papà, era tornata a casa dei nonni. Doveva lavorate di ricamo con la Singer (macchina da cucire) giorno e notte per mantenere me e mio fratello, nato sei mesi dopo la morte di papà.
La povertà, la fame e il freddo, erano tanto. Nella mia testa c’era confusione, rabbia. “Io la prima comunione non la faccio. O Gesù mi da il papà o niente!”. Così, a otto anni! Morte, coscienza, anima, Gesù, prima comunione, don Serafino e l’anima che non riuscivo a trovarla.
Durante l’adolescenza ho capito ancora meglio. A Caino ho dato altri nomi e dentro di me c’era una confusione bestiale. Si era svegliata l’anima. Mi aveva aiutato a scoprirla un libro, molto più “grande” di me, ma che mi aveva conquistato.
Avevo quindici anni e ho scoperto, in uno scaffale dell’oratorio, Le Confessioni di Sant’Agostino. Dicevano cose che erano anche mie. Mia madre era spaventata. Per lei, contadina veneta, i santi erano Sant’Antonio abate, quello degli animali, santa Teresa e la Madonna di Lourdes. Sant’Agostino era un santo strano, complicato e non adatto alla mia età. Si era consigliata con don Serafino. Io, la notte, con la candela, in cucina, leggevo, scrivevo, sottolineavo quel libro che raccontava la mia vita.
Mi meravigliavo. Diceva cose mie. Sentimenti, tentazioni, sogni, il bene e il male,  le contraddizioni, le battaglie interiori, le domande, tante domande. E a me le battaglie e le domande strapiacevano.
Una notte stavo per addormentarmi sul libro con la candela che si esauriva e ho letto poche righe che mi hanno sconvolto: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me e io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le creature che, se non esistessero in te, neppure esisterebbero.
“Tu mi hai chiamato e il tuo grido ha infranto la tua sordità, hai brillato e hai vinto la mia cecità; hai diffuso il tuo profumo e io l’ho respirato, e ora anelo in te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace”.
Un colpo di fulmine. Tutte le mie paturnie sono scomparse davanti a quelle poche righe, struggenti, straordinarie. Era quella l’anima che cercavo: “Tu eri dentro di  me e io stavo fuori”?